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Morto Paolo Villaggio, geniale interprete del ragionier Fantozzi

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L’attore aveva 84 anni, era ricoverato da giorni in una clinica privata di Roma. La figlia su Facebook: ora sei di nuovo libero di volare

Fulvia Caprara
Roma
Gli ultimi anni sono stati amari. Non solo per l’avanzare inesorabile del tempo, ma anche per la sensazione di essere stato abbandonato e per un vago rimpianto, come se sentisse di non aver potuto sviluppare fino in fondo tutte le potenzialità del suo talento. Nella casa romana del quartiere Parioli, avvolto in una delle lunghe tuniche con cui appariva in pubblico, Paolo Villaggio festeggiava con poca allegria il traguardo degli 82 anni e confessava che, una volta smessi i panni di Fantozzi, lo aveva invaso un gran senso di leggerezza: «Quando ho girato l’ultimo titolo della serie mi sono sentito come liberato da un incubo». Genovese, classe 1932, Villaggio è diventato il suo monumento grazie ai personaggi che ha inventato, Fantozzi, Fracchia, e il professor Kranz, quindi, fin dall’inizio, è stato attore, ma soprattutto geniale autore, sociologo raffinato, osservatore della realtà italiana con il giusto mix di empatia e desolazione.
Con Neri Parenti, Sergio Corbucci e Luciano Salce ha lavorato alle sue creature più amate, ma le doti variegate hanno richiamato presto anche l’attenzione di Mario Monicelli, Ettore Scola, Nanni Loy, Steno, Luigi Comencini e Marco Ferreri che gli affidò la parte di uno sgradevole anziano in «Non toccare la donna bianca». Tra gli incontri cruciali della sua esistenza quelli con Fabrizio De Andrè, a Cortina d’Ampezzo, nel ‘48, con Maurizio Costanzo che lo spinse ad esibirsi nel locale romano «Sette per otto», e poi con Giorgio Gaber, Renato Pozzetto, Cochi Ponzoni. L’esordio si deve infatti al cabaret, ma, subito dopo, nel 1968, arriva il grande salto in tv con «Quelli della domenica» di Romolo Siena.
La faccia pienotta e gommosa si modella su smorfie, esclamazioni, boccacce, le posture ridicole e i toni imperativi cozzano con la fisicità da uomo comune, specchio perfetto di ogni spettatore. Gli oggetti usati per sketch e rappresentazioni diventano icone, simboli di stati d’animo universali, di disagi che nessuno può dire di non aver mai sperimentato. Villaggio è ormai un fenomeno, grazie a lui «La corazzata Potemkin» non sarà mai più il capolavoro del cinema russo d’avanguardia, ma solo l’emblema dell’impossibile rapporto tra intellettuali e gente comune.
Nel 1971 la Rizzoli raccoglie i racconti pubblicati da Villaggio sulla rivista «L’Europeo» e li trasforma in libri ottenendo immenso successo. Così, qualche anno dopo, parte la saga cinematografica fantozziana, ritratto impietoso della borghesia dei «colletti bianchi», in parte ispirata alle avventure e alle aspirazioni del protagonista, ex-impiegato all’Italsider di Genova. In mezzo ai vari capitoli della serie, andate e ritorni, separazioni e revival, scorre l’altra carriera di Paolo Villaggio, potentemente segnata dalle prove con Federico Fellini che, nell’89, lo sceglie, insieme a Roberto Benigni, per «La voce della luna», con Lina Wertmuller che lo dirige in «Io speriamo che me la cavo» e con Ermanno Olmi che lo fa recitare nel «Segreto del bosco vecchio», tratto dal libro di Dino Buzzati.
La consacrazione, discussa, osannata e perfino osteggiata, arriva alla Mostra del Cinema di Venezia diretta da Gillo Pontecorvo, con il Leone d’oro alla carriera: «Fu un’assoluta rottura, era la prima volta che premiavano un comico». Poi vengono gli anni dei libri e della televisione (Francesca Archibugi lo chiama per interpretare Don Abbondio in «Renzo e Lucia»), delle confessioni, anche dolorose, e delle battute che svelano il rapporto con una presenza sempre più ingombrante. Durante la cerimonia dei David di Donatello, nei saloni del Quirinale, nel 2009, Villaggio riceve la statuetta e si rivolge al Presidente Giorgio Napolitano: «Mi auguro che lei possa venire al mio funerale». La replica è pronta: «Chissà quanti anni mi toccherà aspettare». Adesso, purtroppo, l’attesa è finita.

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